Per il secondo anno ERF edizione numero 25 invita alcuni musicisti a partecipare ad un esperimento di autoritratto. Strutturato come un’intervista breve, gli artisti diventano così i protagonisti di una ideale Factory Musicale Monteverdiana, ispirata alla programmazione musicale dedicata a Monteverdi nell’edizione ERF 2024, con l’obiettivo di realizzare negli anni una collezione di autoritratti dei musicisti di Emilia Romagna Festival visto come una Factory, un luogo ideale fluido e senza limiti temporali. Monteverdi l’alchimista dei suoni inventa la contaminazione dei generi, unendo il sacro al profano, mescolando nelle sue creazioni i gesti della danza con le parole e la musica, scoprendo forme di melodia come la conosciamo nella musica pop, portando la poesia e il teatro a unirsi in un mondo immaginario che trascende i confini nella musica, nelle forme leggere e gioiose di rappresentazioni musicali e di feste barocche. Con questo autoritratto abbiamo invitato Enrico Valanzuolo a far parte della Factory Musicale Monteverdi ERF 2025 rispondendo a quattro domande.
- Quale composizione musicale di Monteverdi preferisci?
La fascinazione indotta da Monteverdi è, nel mio caso, quella che emana uno dei monumenti della musica occidentale. Tuttavia non c’è un vero e proprio influsso diretto e consapevole sul mio modo di fare musica. Da ascoltatore conosco l’Orfeo e mi è capitato di ascoltare alcuni madrigali. Sono consapevole però che, nell’ottica di un processo evolutivo coerente in ambito musicale, senza Monteverdi non avremmo avuto l’opera, e poi la canzone. E quindi probabilmente nemmeno il jazz, almeno come lo conosciamo oggi.
- Nel tuo concerto in programma a ERF quest’anno, come si ritrova l’influenza multi genere e multi disciplinare di teatro e musica, inventata da Monteverdi?
L’influenza multi-genere costituirà uno dei punti cruciali della nostra esibizione per ERF: abbiamo scelto di confrontarci con un “mostro sacro” come Wish You Were Here dei Pink Floyd, in occasione dei 50 anni dalla sua pubblicazione, ma lo facciamo con arrangiamenti jazz, che spaziano dallo swing fino ad arrivare a sonorità contemporanee e improvvisazioni libere. Questo creerà un dialogo continuo tra il rock psichedelico e la libertà del jazz, permettendoci di rileggere un’opera iconica senza però volerla imitare. È forse lo stesso spirito con cui Monteverdi intrecciava teatro e musica: anche noi cerchiamo una narrazione che unisca mondi diversi e trasformi il concerto in un’esperienza emotiva, più che in una semplice esecuzione di brani.
- Come pensi evolverà il futuro della musica con l’intelligenza artificiale e sulla strada di una creatività senza confini tracciata da Monteverdi?
Sento spesso paventare un rischio per il futuro dell’arte in generale, come conseguenza dello sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale. Onestamente credo che la musica continuerà a evolversi insieme a noi: le emozioni e la creatività umana non si fermano mai, e le nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, possono diventare solo un ulteriore strumento per espandere queste possibilità. Non avrebbe senso cercare di fermare il progresso, e sarebbe persino un gran peccato precluderci la possibilità di vedere cosa ci riserva il futuro. Sarà comunque sempre l’uomo a guidare il processo creativo, trasformando ogni innovazione in un nuovo linguaggio espressivo. Alla fin fine, sarà sempre la sensibilità umana a dare senso e vita a ciò che ascoltiamo.
- Suggerisci alcune tracce dal tuo ascolto di musica quotidiana preferita.
Amo spaziare, tra generi diversi, pur avendo una predilezione per la musica jazz. Facciamo una lista di dieci artisti, i primi che mi vengono in mente e rigorosamente in ordine casuale. Chet Baker, Maro, Pino Daniele, Stevie Wonder, i Beatles, Ambrose Akinmusire, Brad Mehldau, Kenny Wheeler, Chico Buarque. Ah, ovviamente i Pink Floyd!
Autoritratto n. 10 Enrico Valanzuolo in collaborazione con Michela Giorgini, Giampaolo Marzi, Lorenza Muto
